In occasione del nuovo anno e della nuova rubrica dedicata alle interviste (corri a scoprirla sul nuovo numero di gennaio), vi proponiamo alcune interviste tratti dai nostri archivi.
Il direttore tecnico delle squadre nazionali dell’atletica leggera, nonché nostro storico collaboratore, autore e membro del Comitato Scientifico di Scienza&Sport, ha raccontato il lavoro fatto e l’esperienza unica delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Che ci hanno visti stra-protagonisti.
Questo colloquio con il direttore tecnico delle squadre nazionali dell’atletica, Antonio La Torre, è avvenuto nel pomeriggio di venerdì 24 settembre, quando erano passate appena 24 ore dalla “cerimonia di riconsegna della bandiera” nei Giardini del Quirinale, a Roma.
Un appuntamento solo in apparenza formale: quando, davanti a 109 medaglie, fra olimpiche (40) e paralimpiche (69), un Presidente della Repubblica recita a memoria la formazione della 4×100 e più tardi, a Palazzo Chigi, un rigoroso Presidente del Consiglio riserva a un campione olimpico dei 100 metri la pubblica confidenza di un sorriso di scuse per avergli telefonato durante l’incontro coi giornalisti dopo la finale («Non volevo disturbarti in conferenza stampa»), ecco che quell’occasione formale assume il valore di un termometro politico. Con i successi di Tokyo 2020 l’atletica italiana ha svoltato. Nel peso politico all’interno dello sport nazionale, nei sogni di gloria dei genitori per i propri piccoli, nell’affetto e nell’attenzione del Paese.
Riconsegnata la bandiera italiana, ci si prepara a indossare gli scomodi panni della squadra favorita, quella da cercare di battere a ogni costo, prima ai Mondiali 2022 di Eugene, dove gli americani ci aspettano al varco e già li immaginiamo come i francesi cantati da Paolo Conte in “Bartali”, quelli “Che le palle ancora gli girano”, e poi ai Giochi di Parigi 2024, per l’appunto. Due “dove” della rotta verso il futuro, due delle molte occasioni in cui “Qui si parrà la tua (nostra) nobilitate” e si potrà dimostrare che le cinque medaglie d’oro olimpiche sono il risultato di un sistema di lavoro.
Proprio per questo, professor La Torre, le chiedo di proporre anche ai lettori di Scienza&Sport, la sua analisi del lavoro che sta a monte di questo risultato straordinario.
«E io le chiedo di poter partire da una premessa, un passo indietro nel passato recente: quel 2 ottobre 2018 in cui accettai la direzione tecnica dell’atletica per il biennio 2019-20 su proposta del Consiglio Federale. È inutile, per me, nascondere la mia visione di allora: si trattava di un impegno che consideravo “provvisorio”, diciotto mesi di lavoro per adempiere all’obiettivo di condurre la squadra azzurra fino alla conclusione dei Giochi di Tokyo per poi tornare a tempo pieno alla mia attività di docente universitario e di studioso. Non era la prima volta che mi veniva proposta la direzione Tecnica dell’Atletica, ma la mia scelta di fondo era sempre rimasta quella di dedicarmi soprattutto alla ricerca e all’insegnamento.»
In quella fine estate del 2018 l’Italia dell’atletica cercava di fare i conti con la delusione per gli Europei di Berlino. L’iniziativa più forte era stata assunta da Stefano Baldini, che si era dimesso da direttore tecnico delle squadre nazionali giovanili e dello sviluppo…
«In quel momento l’atletica italiana presentava una situazione a due facce: da una parte la difficoltà evidente della Nazionale maggiore, che era tornata, appunto, dai Campionati europei di Berlino con poche medaglie e per di più tutte concentrate nel solo settore dell’endurance: i 4 bronzi di Crippa nei 10.000 m, di Chiappinelli nei 3.000 a siepi, di Rachik nella maratona e della Palmisano nella 20 km di marcia, oltre alla squadra di maratona, prima tra gli uomini e seconda tra le donne; dall’altra parte le Nazionali giovanili ricche di “punte” e di successi nei campionati internazionali delle diverse categorie. Va però ricordato che dal punto di vista storico questa “ricchezza” di talenti e successi nelle categorie giovanili è una costante in quasi tutte le epoche dell’atletica italiana, che però ha sempre faticato a evitare la successiva dispersione di quegli stessi talenti quando sfociavano nella dimensione finale della propria carriera, il mondo adulto del cosiddetto “settore assoluto”. L’inserimento dell’ulteriore categoria under 23, dotata di propri Campionati europei, ha finito per accentuare questo problema: le “Promesse” (20-22 anni, ndr) si sono ritrovate in una sorta di limbo, in cui non sei più giovane, ma ti senti come “autorizzato” a non sentirti ancora del tutto adulto e si allungano i tempi della maturità dell’atleta, soprattutto di quella psicologica.»
Alla luce dei risultati, quindi, cosa giudica determinante tra le azioni utilizzate per modificare quella situazione?
«Determinanti sono state prima di tutto le persone, prima ancora delle azioni. Due nomi su tutti, quelli dei due vice-direttori tecnici: Roberto Pericoli, vice-DT delle squadre assolute, vero stratega nella gestione e nel stratega nella gestione e nel coordinamento della struttura tecnica e degli “uffici” FIDAL coinvolti e Antonio Andreozzi, vice -DT con diretta responsabilità sul settore giovanile.
Poi…
«Tre i concetti-guida fondamentali lungo i quali abbiamo cercato di muoverci: approccio scientifico nel lavoro degli allenatori; consapevolezza, da parte dell’atleta, dei propri limiti come presupposto per affrontarli e superarli; passaggio dal concetto di “Io” a quello di “Noi”, quest’ultimo un vero stravolgimento per il nostro ambiente. si è trattato di smettere di pensare che l’atletica sia uno sport individuale, perché non è vero. È solo la prestazione, eventualmente, a essere individuale nel momento della gara, ma alla gara ci si arriva con il lavoro di uno staff e in gara, come nel “prima” e nel “dopo”, l’atleta deve avere la consapevolezza di essere soprattutto parte di una squadra, che lo sostiene nei momenti difficili e che rappresenta il fine ultimo dell’impegno di tutti.»

Un passaggio appunto delicato…
«Sì, in nome di questo “Noi” si è chiesto a tutti di smettere di pensare al proprio “settore” come a una sorta di “squadra nella squadra” con l’inevitabile codazzo di gelosie e contrapposizioni, e si è lavorato per abbattere il muro, già prima ricordato, che separava la Nazionale giovanile da quella “assoluta”: nessuna paura nel mandare ai Giochi i migliori giovani talenti, così che potessero toccare con mano la qualità del massimo livello mondiale, la tensione, la pressione, la paura anche, e uscirne irrobustiti nel carattere.»
Ha parlato anche di scienza.
«Nel curare la crescita degli allenatori si è favorito l’approccio basato sull’evidenza scientifica, anche chiamando direttamente a collaborare giovani ricercatori. Un paio di esempi: una decina di azzurri di massimo livello hanno utilizzato una capsula-transistor – la ingerivano prima dell’allenamento… – che permette di registrare la temperatura corporea per 4-6 ore e rende disponibili i dati sul telefono, così che possano essere analizzate nel dettaglio le modificazioni della temperatura corporea dell’organismo durante l’allenamento: questo ci ha permesso di prepararci meglio al “caldo-umido” di Tokyo e Sapporo. Tre delle cinque medaglie d’oro, inoltre, hanno collaborato con Jacopo Vitale, che è uno dei più importanti studiosi al mondo per il monitoraggio del sonno, così da gestire al meglio il cambiamento di fuso orario e il recupero – del quale la voce sonno è capitolo fondamentale. È stato un onore ricevere da altre Federazioni la richiesta di conoscere e condividere questi nostri metodi di lavoro. C’è poi un quarto elemento che ha contribuito ai risultati di Tokyo, che ci piaccia o no: il CoviD-19, nel senso che le nostre modalità di gestione della pandemia si sono staccate nettamente da quelle, improntate alla sola rinuncia, adottate da altre squadre nazionali di atletica nel mondo.»
Quali sono stati i primi segnali che qualcosa, nella squadra e nell’ambiente, stesse cambiando?
«Yokohama 2019, le World Relay (11-12 maggio, ndr). Ancora oggi considero quella spedizione la prima vera svolta della nuova gestione, l’evento che ci ha incoraggiato dimostrandoci che quella presa era la strada giusta: l’Italia fu l’unica nazione insieme alla Giamaica a ottenere il pass per i Mondiali di quell’anno a Doha, in Qatar, per tutte e cinque le staffette in programma: le due 4×100, le due 4×400 e la 4×400 mista. Quella spedizione l’avevamo programmata da mesi. ecco: al di là dei risultati, considero quell’esperienza come il primo vero episodio di cambiamento per il comportamento di tutti come un vero e unico gruppo, perché eravamo riusciti a fare un lavoro condiviso, pianificato attentamente con i tecnici della struttura nazionale, Filippo Di Mulo, Giorgio Frinolli e Riccardo Pisani, e con il coinvolgimento degli allenatori personali. Ogni decisione è stata discussa e condivisa, anche su come alternare i quartetti. Per quanto riguarda il “Noi”, mi è poi rimasto in mente e nel cuore un episodio avvenuto ai Campionati europei a squadre 2021 (Chorzów, in Polonia, il 29 e 30 maggio, ndr).»
Quale?
«In albergo mi ero seduto a far colazione con Davide Re (primatista italiano dei 400 metri, ndr), che mi disse: “È la prima volta che non vedo il tavolo dei velocisti, quello dei saltatori o quello dei marciatori.I ragazzi sono seduti in ordine casuale e c’è grande dialogo tra tutti/e.” E per quanto riguarda i giovani talenti alla prova dei Giochi Olimpici, trovo molto interessante osservare come sono andati a Tokyo 5 dei 6 campioni europei under 23 di Tallinn: Nadia Battocletti, settima nella finale dei 5.000 m e autrice per due volte della miglior prestazione italiana under 23 (14 min 46 s 29 in finale, 14 min 55 s 83 in batteria); Andrea Dallavalle, nono nella finale del salto triplo; Dalia Kaddari, in semifinale dei 200 piani; Gaia Sabbatini, al personal best nella semifinale dei 1.500 m (4 min 2 s 25), che è anche la seconda miglior prestazione italiana di sempre dopo il record di Gabriella Dorio (3 min 58 s 65) e il miglior tempo di un’italiana dal 1984; Alessandro Sibilio, finalista nei 400 a ostacoli e autore della miglior prestazione italiana under 23 con 47 s 93, prima di contribuire al record italiano della 4×400, che a sua volta attribuisco alla mentalità del “Noi” di questa squadra capace di migliorare per due volte un primato che durava da 35 anni. I quattro frazionisti, Davide Re, Vladimir Aceti, Edoardo Scotti e lo stesso Alessandro Sibilio, avevano ognuno nelle gambe altre fatiche dei giorni precedenti. Basterà ricordare che per Sibilio la finale di questa staffetta ha rappresentato la quinta prova della sua partecipazione olimpica. Vorrei poi sottolineare che…»
Prego…
«A Tokyo il 65% dei nostri atleti ha ottenuto il personal best o il season best. Sono anche contento del fatto che chi è andato male non sia poi andato in televisione a dare la colpa a destra e a manca. È crescita anche questa.»
Resta da descrivere il “fattore COVID” …
«La piattaforma “Atletica viva” ha tenuto per mano gli appassionati, soprattutto i più giovani, per tutta la durata del lockdown della primavera 2020, raggiungendo il milione e mezzo di visualizzazioni in 60 giorni di una programmazione continua composta da 65 webinar nazionali e altrettanti gestiti dai comitati regionali Fidal, con ogni possibile forma di contenuto: convegni e riunioni via zoom e anche gare, come ad esempio un getto del peso in cui tre atleti lanciavano a Torino, tre a Milano, altri in differenti sedi per un totale di una quindicina di concorrenti, e attraverso la zoom li si è riuniti in un’unica classifica, come se avessero gareggiato in presenza. Video brevi per attirare ragazzi attraverso l’esempio di attività casalinghe dei nostri campioni: ricordo Valeria Straneo che si allenava sulle scale di casa col cane o Simone Cairoli che fece una sorta di decathlon tra le pareti domestiche. Abbiamo “spacchettato” il COVID ricavandone ogni possibile margine di attività, anche minima. La differenza con altre nazionali estere l’abbiamo fatta anche così, accettando di svolgere l’attività indoor con tutte le restrizioni che venivano imposte. Abbiamo fatto i cerberi, non c’era altra soluzione: “Hai già corso la batteria? Sei stato eliminato? Esci subito dal palazzetto e lascia posto a chi deve ancora gareggiare”. È stata percorsa ogni strada per non lasciare soli i ragazzi e per ridurre al minimo il rischio che, alla riapertura, la fretta di entrare in forma generasse infortuni.»
Per finire, una “domandaccia”: senza il rinvio di un anno delle Olimpiadi avremmo vinto tutte queste medaglie?
«È doveroso farsela, questa domanda, per onestà intellettuale e per trovare nelle risposte un contributo all’ulteriore crescita che dobbiamo ottenere. Io me la sto ponendo spesso. Non dimentichiamo, ad esempio, che Stano e Palmisano, un anno fa, erano fermi per infortunio… e con il pubblico presente sugli spalti, altro esempio, un giovane come Lorenzo Patta avrebbe saputo produrre quella frazione maiuscola che ha aperto la strada all’oro della staffetta? Ecco che torniamo, però, a un punto a nostro favore: con molta umiltà abbiamo cercato di svolgere tutte le attività nel rispetto dei rigidi protocolli sanitari cercando di non darla vinta al COVID.»
Autore: Daniele Menarini.
Foto: Colombo e Italyphotopress.
Scienza&Sport, numero 52, ottobre 2021


