Il manager italiano di ciclismo entra nei dettagli del suo ruolo, racconta il lavoro all’inizio coi ragazzi durante l’ISEF, quindi con atleti professionisti, prima da allenatore poi da direttore sportivo. L’importanza di avere una “valigia” di competenze, l’empatia da creare… con tutti e la gestione dei campionissimi.
“Correre in bici rende migliori. Se lotti per quello in cui credi, se dai tutto, non avrai rimpianti perché sia che tu vinca o perda non potrai rimproverarti nulla. L’onore, appunto, sta nella lotta”: crediamo che sia una delle considerazioni più significative – l’abbiamo messa nel titolo e in una frase evidenziata a corredo del testo – di Luca Guercilena, manager di ciclismo ora, allenatore e direttore sportivo prima, che abbiamo ascoltato per Le interviste di “Scienza” poco prima dell’inizio del Giro d’Italia. Luca, un passato all’ISEF e un’importantissima esperienza in Mapei, seguite dai tanti successi “nascosto” dietro l’atleta e la squadra, ci ha raccontato molto del mondo del ciclismo toccando diversi temi in merito al mestiere di allenatore.
Quali sono stati i tuoi inizi nel mondo del ciclismo?
«Da ragazzo correvo in bici, ho sempre amato e praticato il ciclismo. Dopo alcuni anni sono arrivato al punto in cui dovevo capire se potevo realmente fare questo sport, se poteva diventare un “lavoro” oppure no. E, purtroppo, ho intuito che non avevo le qualità adeguate, parlo di quelle psicofisiche, per fare il professionista. Però volevo rimanere nell’ambiente, ho incominciato ad appassionarmi all’idea di allenare.»
A quei tempi, parliamo degli anni Novanta, non c’erano tutte le conoscenze di oggi, si stavano iniziando a gettare le basi della preparazione fisica del ciclismo. C’era l’équipe Enervit, Aldo Sassi che si occupava di allenamento, però a livello giovanile c’era molto da fare. Amando lo sport e l’allenamento, mi sono iscritto a Milano all’ISEF della “Statale”, allora si diceva così in contrapposizione a quello della “Cattolica”, e in contemporanea ho iniziato il percorso da tecnico di ciclismo incominciando a lavorare con i ragazzini. Ciò che imparavo in università cercavo di trasformarlo in “tabelle” di allenamento per i miei ragazzi. Non facevo solo l’allenatore, dovevo occuparmi di tutto, bici, trasferte, allenamento, dai… ero una sorta di “direttore sportivo” ante litteram.»
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Foto copertina: IMAGO.


