Scherma e scoliosi, tutta la verità

Scherma e scoliosi, tutta la verità

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Abstract

Si è a lungo dibattuto sul possibile ruolo patogenetico esercitato dalla scherma nella insorgenza e/o nella evoluzione di una scoliosi. Ciononostante, superare il pregiudizio della nocività di detta disciplina sportiva risulta tutt’altro che semplice. Anche perché, come si constaterà nel presente lavoro, gli attuali studi epidemiologici sono ancora lontani dall’essere risolutivi ed esaustivi. Tuttavia, ci si avvia unanimemente a ritenere – come ricordava Stagnara – che qualsiasi attività sportiva sia importante «dans toute la mesure du possible» (Stagnara, 1985).


Scherma e infortuni

Nella scherma, rivestono un’importanza ragguardevole i seguenti elementi: 1) gli aspetti relativi all’attrezzo sportivo con particolare riferimento all’impugnatura; 2) la sperequazione tra le richieste biomeccaniche ed energetiche connesse all’effettuazione del gesto specifico in rapporto alle possibilità dell’apparato muscolo-tendineo di un determinato individuo (di qui, la necessità di indagare le modalità di somministrazione dei carichi di lavoro in allenamento). Nel fioretto (arma convenzionale e di punta), l’incidenza di traumatismi è verosimilmente maggiore per via delle dinamiche tecniche che caratterizzano l’elegante specialità: la quale si basa su movimenti di  attacco, di parata e di risposta molto intensi, rapidi e ripetuti. Da ciò che si evince dalla letteratura, infatti, la spada provoca una minore lesività rispetto al fioretto e alla sciabola (Walrod, Turner & Hartz, 2019) che hanno, tra l’altro, una zona bersaglio meno estesa e richiedono, di conseguenza, dinamiche torsionali più complesse per colpirla. Anche la sciabola, quindi, che non presenta un’impugnatura anatomica, potrebbe indurre sofferenze più o meno rilevanti. Tra l’altro, il modulo di elasticità delle varie “armi” è diverso l’uno dagli altri. A latere dei contributi tecnico-scientifici dianzi riportati, un aspetto folkloristico (ma non per questo meno pericoloso) è legato ai simpatizzanti degli eventi storici. È ipotizzabile, in quegli emulatori dei cavalieri medioevali che utilizzano continuamente spade con else molto larghe ma, soprattutto, con pesi decisamente elevati, la comparsa di varie patologie. Tanto premesso, l’attività schermistica fa comunque rilevare una minore quantità di infortuni rispetto ad altri sport, quantificabili mediamente in 5 casi su 1000 ore di allenamento (Harmer, 2019). I traumi sono più frequenti nei maschi e a livello degli arti inferiori (in un caso su 4 si tratta di distorsioni della caviglia), anche per la posizione degli stessi che favorisce lesioni legamentose e capsulari, tra le quali non è rara quella del LCA (Harmer, 2019). Lesioni dovute all’arma sono piuttosto rare (solo il 3% dei casi), certamente meno frequenti dei casi di lombalgia ed epicondilite (Harmer, 2019). Gli agonisti di alto livello (1 caso su 5) sono più esposti a lesività di vario genere, probabilmente a causa dei ritmi serrati di allenamento (Lombardo, 2009), problema peraltro presente anche nei meno esperti che erroneamente pensano di poter migliorare più rapidamente incrementando il tempo e la difficoltà correlati al training. A nostro avviso, e nello specifico, il rachide – sottoposto a stress torsionali già nella posizione di guardia – è ancora più sollecitato nelle posizioni 4, 5 e 7 delle otto di base (Figura 1). 

Figura 1. Le otto posizioni di base della scherma (© Eric Javert, modificato)

Peraltro è noto come gli schermidori abbiano una asimmetria degli arti dovuta proprio alle caratteristiche tecniche di questo sport (Roi & Bianchedi, 2008). In questa situazione è chiaro come un affinamento dedicato della tecnica sia necessario per coordinare i micro- e macro-movimenti indispensabili ad ottenere un risultato efficace senza aumentare il rischio patologico. È da notare come errori tecnico-dinamici siano possibili sia nella fase di contatto con l’avversario durante l’affondo (Figura 2), che nella fase preparatoria dello stesso dove è comunque necessaria la ricerca 

Figura 2. L’azione di affondo dello schermidore di sinistra (© Michel Dumergue)

di un corretto equilibrio posturale. Al di là degli aspetti riabilitativi, che nel post- infortunio devono essere specifici per il paziente e per il tipo di lesione, un concetto basilare per la riduzione del tasso di infortunio è relativo, come in tutti gli sport, alla prevenzione (Roi & Bianchedi, 2008). Ogni attività sportiva prevede infatti la gestione di un determinato numero di schemi motori non naturali ma strettamente correlati al gesto atletico e da acquisire e perfezionare nel tempo. Gli atleti di alto livello mostrano di aver acquisito pattern motori più efficaci rispetto ai neofiti nell’azione sportiva, patterns necessari anche a gestire un efficiente coordinamento del rachide con gli arti superiori e inferiori. Il tempo di riscaldamento e di stretching è un momento importante che deve precedere l’attività, a monte del quale vi deve essere stata una adeguata preparazione specifica che consenta ai momenti sia statici che dinamici (i quali tra l’altro prevedono – ad esempio – importanti cambi di direzione) di muoversi su solidi schemi di equilibrio e coordinamento: in questo ambito, lo studio e l’esecuzione del gesto tecnico relazionato al singolo atleta risultano essere passi fondamentali.

Non trascurabile è l’influenza dell’equipaggiamento e soprattutto la gestione degli aspetti mentali, soprattutto negli atleti di alto livello, che influenza in modo preponderante anche il risultato dell’azione sportiva.

Come sempre è auspicabile, ma raramente accade, una opportuna gestione ad ampio raggio della preparazione del singolo, che preveda un controllo ed una interazione di tutti gli aspetti legati a questo tipo di attività: l’obiettivo di un team multidisciplinare che segua il percorso atletico resta il target ideale, pur prevedendo aspetti organizzativi e gestionali spesso di difficile gestione.

Scherma e scoliosi: lo studio di Guy Azémar

Nel 1974 Guy Azémar ha realizzato uno studio basato sul confronto dei reperti clinici e radiografici della colonna vertebrale di 29 schermidori di alto livello con quelli ottenuti in un gruppo di controllo composto da 511 studenti di educazione fisica e sportiva (Azémar, 1986). I risultati mostrarono negli schermidori professionisti una percentuale del 13,7% di inflessioni laterali con rotazione dei corpi vertebrali, contro il 10% nel gruppo degli studenti. Le scoliosi propriamente dette nel gruppo degli schermidori erano 4 e, di queste, soltanto una raggiungeva i 20°. Tra l’altro, tale scoliosi si è dimostrata stabile subito dopo il periodo puberale. Dunque, secondo Azémar, «se si concorda con Bensahel (Bensahel, 1986), secondo il quale dal 2% al 4% degli adolescenti presentano una scoliosi superiore ai 20°, si dovrà scagionare la scherma da questa responsabilità. E sarà lo stesso per quanto riguarda gli altri sport cosiddetti asimmetrici» (Azémar, 1986).

La scherma, tuttavia, può comportare un più rilevante sviluppo dei distretti muscolari maggiormente sollecitati. Lo studioso transalpino ha infatti evidenziato una differenza di circonferenza tra la coscia destra e quella sinistra dello schermidore compresa tra 8 e 15 cm (misura rilevata circa 10 cm al di sopra della rotula). Il dato è in accordo con il fatto che il muscolo quadricipite dell’ “arto avanti” sia più sollecitato rispetto al controlaterale (Figura 3). 

Figura 3. Attitudine scoliotica dello schermidore e ipertrofia asimmetrica della coscia (da Azémar et al, 1980).

Anche la muscolatura del tronco superiore (periscapolare e paravertebrale) sarà influenzata dalla pratica schermistica. In questi casi l’ipertrofia muscolare (e non ipertonia, come avverte Azémar) è un’evenienza frequente. E così «[…] dal lato della spalla corrispondente al braccio dominante la scapola tenderà a ruotare, nel destrimane, in senso orario» (Azémar, 1980) così da determinare – a suo dire – un’asimmetria a livello delle spalle. Azémar ritiene inoltre che la rotazione della scapola sia assimilabile a un “atteggiamento preparatorio” che facilita l’elevazione (abduzione o elevazione anteriore) dell’arto, gravato dall’arma e vincolato alle diverse e continue esigenze del movimento schermistico. Un fenomeno, questo, che si verifica anche nel tennis. In entrambi i casi lo stesso Azémar ipotizza che si tratti di una condizione del tutto reversibile: una volta che il soggetto avrà interrotto la pratica sportiva, quella condizione scomparirà nel giro di qualche anno.

Scherma e scoliosi: lo studio di Michael Menge

Michael Menge, primario ortopedico presso la Clinica “St. Marienk-rankenhaus” in Ludwigshafen, ha studiato per oltre vent’anni le cause esogene di deviazione della colonna vertebrale. Menge è stato medico sportivo sia della lega tedesca di scherma che della nazionale tedesca di judo e ha lavorato presso diverse associazioni sportive. Al fine di chiarire l’eventuale ruolo della scherma nella genesi della scoliosi, egli ha condotto uno studio trasversale su 45 schermidori: la casistica radiologica riguardante il rachide di 28 di essi è stata confrontata con quella di 595 aspiranti piloti dell’aeronautica tedesca (Menge et al, 1980). Lo studioso si è detto convinto del fatto che durante la crescita un carico intensivo non fisiologico sulla colonna vertebrale possa essere dannoso (Menge et al, 1980); così come della fondatezza dell’ipotesi che attribuisce agli sport asimmetrici, come per esempio la scherma, un ruolo assai spesso causale o predisponente nello sviluppo di una scoliosi (Menge et al, 1980). Menge crede altresì nelle possibili nocive conseguenze di una precoce e intensa attività agonistica sulla fragile costituzione del giovane sportivo. Tra l’altro, già intorno agli anni 80 (è questo il periodo in cui è stato pubblicato lo studio), la formazione tecnica dell’atleta iniziava verso i 7-8 anni di età. Detto ciò, va ricordato come i risultati della ricerca abbiano evidenziato una scoliosi nell’85% dei 45 schermidori esaminati e, in parte, limitazioni segmentarie della motilità del rachide (Tab.1).

Tab. 1.

Reperti clinici ottenuti attraverso l’esame fisico della colonna vertebrale in 45 schermidori professionisti (da Menge, Neuland e Rech, 1980).

DestrimaniMancini
Rachide rettilineo71
Scoliosi dorsale sinistro-convessa e lombare destro-convessa182
Scoliosi dorsale destro-convessa e lombare sinistro-convessa134
Totale387

Nei destrimani è risultata prevalente una scoliosi toracica sinistro-convessa e lombare destro-convessa, nei mancini una scoliosi toracica destro-convessa e lombare sinistro-convessa. Ma, come si è già avuto occasione di rilevare, solo 28 soggetti su un totale di 45 sono stati sottoposti a esami radiografici. Dunque, se si analizzano i risultati relativi a questo peraltro esiguo numero di schermidori e se si valutano il tipo e il grado di scoliosi riscontrati, gli stessi risultati assumono connotati diversi. Infatti, in 10 su 28 (60%) schermidori si è evidenziata una scoliosi con angolo di curvatura (angolo di Cobb) superiore a 5° e in 7 (25%) un angolo di curvatura superiore a 10° (Menge et al, 1980). Soltanto un soggetto presentava una scoliosi tra i 16° e i 20°. Se si raffrontano i dati sopra citati (Tab.2) con quelli evidenziati dall’osservazione del gruppo di controllo (Tab.3), tenendo anche conto del fatto che quest’ultimo gruppo era composto da un numero di soggetti molto più elevato (595 contro 28), la conclusione della ricerca conferma l’inesistenza del supposto meccanismo di induzione esogena della deformazione scoliotica in chi pratica lo sport della scherma. Menge ricorda inoltre che «l’organismo umano è sì strutturato in modo simmetrico, ma un lato è tuttavia funzionalmente prevalente. Questa lateralità preferenziale (destrimani, mancini) porta necessariamente a una variazione dell’originaria struttura simmetrica» (Menge et al, 1980).

Tab. 2.

Deviazioni laterali (angolo di curvatura secondo Cobb) della colonna lombare rispetto all’asse verticale in 28 schermidori professionisti (da Menge, Neuland e Rech, 1980).

Colonna vertebrale verticale1
Scoliosi fino a 5°9
Scoliosi da 6 a 10°11
Scoliosi da 11 a 15°6
Scoliosi da 16 a 20°1
Totale28

Tab. 3.

Scoliosi (angolo di curvatura secondo Cobb) in 595 giovani maschi (da Menge, Neuland e Rech, 1980).

N%
Verticale447,39
Fino a 5°19031,94
Da 6 a 10°27646,39
Da 11 a 15°6811,43
Da 16 a 20°152,52
Oltre 20°20,34
Totale595100

Scherma e scoliosi: lo studio di Ewa Zeyland-Malawka

La polacca Ewa Zeyland-Malawka ha effettuato, presso l’Accademia di Educazione Fisica di Danzica, uno studio su un gruppo di schermidori di alto livello (Zeyland-Malawka, 1987). I risultati sono stati confrontati con quelli relativi a un gruppo di praticanti altri sport e con quelli di una popolazione di controllo formata da studenti universitari che non praticavano alcuno sport. È da tener presente, per completezza di informazione, che gli schermidori di età compresa tra i 16 e i 35 anni hanno utilizzato tutte e tre le armi della scherma: il fioretto, la spada e la sciabola. La ricerca si riprometteva di valutare: 

  • le inflessioni antero-posteriori della colonna vertebrale; 
  • la motilità del rachide; 
  • la forza dei muscoli flessori ed estensori del tronco; 
  • l’incidenza di deviazioni laterali della colonna vertebrale; 
  • l’incidenza di rachialgie.

Gli schermidori sono stati suddivisi in due gruppi (“schermidori I” e “schermidori II”) e così anche i judoka (“judoka I” e “judoka II”) e gli studenti (“studenti I” e “studenti II”). Nelle due discipline e nella popolazione di controllo la partecipazione a ognuna delle fasi della ricerca aveva previsto, di volta in volta, l’impiego di un gruppo anziché di un altro (“I” o “II”). Le linee generali della ricerca sono schematizzate nella Tab. 7.4. I dati di maggiore interesse sono quelli relativi alle deviazioni

Tab. 4. 

Studio di Ewa Zeyland-Malawka (1987): oggetto dell’indagine nei diversi gruppi presi in esame. Schermidori, judoka e studenti erano divisi in due sottogruppi (I e II), con uno dei quali hanno partecipato a tutte e cinque le fasi della ricerca. Gli altri atleti erano rappresentati da un solo gruppo per ciascuna disciplina.


OGGETTOINDAGINE

Inflessioniantero-posteriori del rachide

Mobilitàrachide

Forza muscoli flessori ed estensori del tronco

Incidenze deviazioni laterali del rachide

Incidenzarachialgie

GRUPPIESAMINATI

Schermidori (I)Judoka (II)Giocatori hockeySollevatori di pesiPattinatori Studenti (I)

Schermidori (II)Judoka (I)Giocatori hockeyStudenti (II)

Schermidori (II)Judoka (I)Giocatori di hockeyStudenti (II)

Schermidori (I)Judoka (I)Giocatori di hockeySollevatori di pesiPattinatori Studenti (I)

Schermidori (I)Judoka (I)Giocatori hockeyPattinatoriStudenti (I)

laterali del rachide, nonostante sia legittima qualche riserva sulla loro attendibilità, visto e considerato che la diagnosi clinica non è stata confermata né da un accertamento radiografico né da qualunque altra procedura di valutazione diagnostica oggettiva. Su tali risultati, che, per alcuni aspetti richiamano quelli dello studio di Azémar, ci soffermeremo più avanti. Per quanto riguarda la forza dei muscoli flessori ed estensori del tronco, va segnalato come negli schermidori la potenza dei flessori sia risultata relativamente elevata, mentre la potenza degli estensori si è dimostrata significativamente più bassa rispetto sia ai judoka che ai giocatori di hockey su ghiaccio. Gli schermidori, com’è ben noto agli addetti ai lavori, figurano tra gli atleti che lamentano rachialgie con maggiore frequenza. Ciò è stato confermato dalla ricerca della Zeyland-Malawka, che ha evidenziato, in virtù di un’accurata anamnesi, un’alta incidenza di dolori lombari in questo gruppo di atleti (89%). La valutazione della motilità rachidea è stata attuata, con l’ausilio di un’apparecchiatura messa a punto presso l’Accademia di Educazione Fisica di Danzica, misurando i movimenti del tronco in flessione, estensione e inclinazione laterale, previa immobilizzazione del bacino mediante una speciale apparecchiatura. Negli schermidori la motilità del rachide sul piano sagittale (flesso-estensione) è risultata piuttosto limitata, mentre sul piano trasversale (inclinazione laterale) non ha presentato differenze significative rispetto ai giocatori di hockey su ghiaccio ed ai judoka (Zeyland-Malawka, 1987). In particolare, per quanto riguarda le inflessioni del rachide sul piano sagittale, negli schermidori è stata rilevata una spiccata tendenza al coinvolgimento in flessione del tratto dorsale superiore e, quindi, a un’evidente accentuazione della fisiologica cifosi dorsale. I valori lineari medi registrati per la curvatura dorsale sono risultati molto alti (51 mm), se confrontati – ad esempio – con quelli (30 mm) riportati da Stagnara (Stagnara & De Mauroy, 1978). Ma torniamo ora all’oggetto di questo studio che ci interessa maggiormente: le deviazioni laterali del rachide. La studiosa polacca ha riscontrato una scoliosi a doppia curvatura in due schermidori e in uno studente di educazione fisica. Le altre deviazioni erano semplici attitudini scoliotiche caratterizzate, nella maggioranza dei casi (86%), da una curva sinistro-convessa. La localizzazione delle curve era differente negli schermidori e nei judoka da una parte e in tutti gli altri soggetti in esame dall’altra: tratto dorsale nei primi e tratto dorso-lombare nei secondi (Zeyland-Malawka, 1987).

Di un certo interesse sono anche le osservazioni compiute dalla Zeyland-Malawka sulle posizioni tipiche della scherma, con l’obiettivo di valutare in che modo e in quale misura esse, nel loro sequenziale ripetersi, incidessero sull’assetto del rachide. In posizione di guardia, il rachide presenta una convessità dal lato del braccio non armato, mentre durante l’affondo può accadere sia che l’atteggiamento del rachide rimanga invariato, sia, molto più spesso, che subisca una “correzione” o una “ipercorrezione” con trasferimento della convessità dal lato del braccio armato. In altre situazioni, poi, sempre nell’azione di affondo, è possibile che il rachide mostri addirittura due curve: una toracica convessa dal lato armato e l’altra lombare convessa dal lato opposto. La ricercatrice, infine, non ha mancato di segnalare che in diversi schermidori l’assetto della colonna vertebrale è rimasto sostanzialmente immodificato nel corso dell’intera azione agonistica, dalla fase di guardia a quella di affondo.

Conclusioni

La scherma è stata indicata da molti autori come responsabile di varie patologie: la cosiddetta “scoliosi degli schermidori” è una locuzione che, in passato, era di uso comune negli ambienti medico-sportivi. È fin dall’inizio del XIX secolo che i detrattori dello sport della scherma hanno più volte ascritto a tale disciplina (sprovvisti comunque di qualsivoglia dato scientifico) la responsabilità di alterazioni strutturali della colonna vertebrale. Così Lagrange, il quale affermava che la scherma determina una deviazione della colonna vertebrale con concavità dal lato del braccio dominante (Lagrange, 1889), e conseguente abbassamento della spalla dello stesso lato. Ora, e per ribadire quanto fossero confuse e contraddittorie le valutazioni espresse a quel tempo sul gesto schermistico, basta ricordare che le conclusioni di Lagrange erano diametralmente opposte a quelle di un altro studioso, Pravaz, attivo nello stesso secolo. Quest’ultimo, infatti, metteva in guardia dalla presenza, in un destrimane, di una inflessione toracica destro-convessa e di una correlata elevazione della spalla destra (Pravaz, 1827). E si potrebbe continuare. A nostro avviso, così come ravvisato da Azémar, l’abbassamento della spalla dal lato del braccio dominante è un tratto morfologico del tutto comune. Tuttavia, non condividiamo alcune osservazioni dello specialista francese. Nelle due posizioni classiche, la scapola ruota ben poco intorno al torace: si abduce un poco nella posizione di guardia e anche meno nell’affondo. Il braccio, per restare sul piano sagittale, oltre ad essere elevato deve essere un poco esteso alla scapolo-omerale. Se il braccio dominante non fosse un poco esteso (sul piano orizzontale) alla scapolo-omerale, andrebbe in avanti e in dentro (il piano della scapola è ad angolo rispetto al piano cinesiologico frontale). L’adduzione della scapola serve allo stesso scopo: mantenere il braccio e, quindi, la lama sul piano frontale (rispetto al tronco, nello spazio è antero-posteriore). Inoltre, da un punto di vista terminologico, Azémar fa un poco di confusione: rifacendoci a testi di indubbio valore scientifico (Boccardi & Lissoni, 1977, 1978, 1984) riteniamo che l’abbassamento della spalla (o, a livello osseo, della scapola) sia, in realtà, una depressione della clavicola (altrimenti la scapola non si deprimerebbe) accompagnata da una rotazione esterna della scapola sulla clavicola stessa (diversamente, il margine vertebrale della scapola non risulterebbe più verticale).

Siamo altresì convinti che nella scherma vi sia una sorta di compensazione reciproca e continua tra la posizione di guardia e l’azione di affondo per portare una “stoccata”: così, se nella prima (prendendo come riferimento uno schermidore destro) la colonna vertebrale assume lievi inflessioni a convessità lombare destra e toracica sinistra, nella seconda si assisterà a una inversione delle stesse inflessioni. I muscoli paravertebrali saranno dunque sollecitati dai frequenti avvicendamenti delle diverse posizioni consentendo allo schermidore di assumere una postura sempre differente e niente affatto unilaterale (Lisi, 2007).

Eppure, per quanto orientati a escludere un significativo ruolo etiopatogenetico della scherma nel determinismo della scoliosi, riteniamo che, oggi come oggi, data la carenza di studi cui possa essere attribuita una valenza scientifica risolutiva, sia quanto meno prematuro archiviare il problema.

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